Un segnale preoccupante dalla moda italiana

Non succedeva dalla grande crisi del 2008 ed è una notizia che non avremmo mai voluto dare, orgogliosi come siamo della nostra moda. Però lo certifica Confindustria Moda: il grande treno della moda italiana si è fermato. Nel primo trimestre dell’anno, il fatturato del settore è calato del 2,8 per cento, e un’azienda su tre è pronta a chiedere la cassa integrazione. E’ un brusco dietrofront dopo anni di recupero che aveva riguardato anche l’occupazione. In tre mesi abbiamo bruciato tre anni. A gennaio l’associazione appariva cauta ma moderatamente ottimista. E invece, complice una congiuntura internazionale di certo poco favorevole, ma soprattutto per “la situazione del paese”, come certificano gli imprenditori del tessile-abbigliamento, i nostri vestiti, scarpe e borsette piacciono in media il 4 per cento in meno, con il mercato interno in flessione addirittura del 6,6 per cento e un export in aumento dello 0,6 per cento, flebilissimo. Solo le aziende tessili sono cresciute ma nella percentuale, non proprio esaltante, dell’1,6. La nota dolente è però quella dell’occupazione: secondo una nota di Confindustria, su 80 imprese “il 29 per cento dichiara di voler fare ricorso agli ammortizzatori sociali nel breve-medio periodo”. Si tratta di un dato opposto, ma parallelo, a quello che certifica la richiesta costante e sempre in crescita di personale specializzato da parte del settore, come conferma anche la società specializzata in ricerca del personale Articolo1: c’è necessità di tecnici come tagliatori, calzaturieri e programmatori, circa 50 mila specialisti, che però non si trovano. Non andiamo all’università, ma non vogliamo nemmeno deludere mamma e papà che vogliono in casa il “dottore” diventando modellisti. Dunque c’è bisogno di una “educazione” alla bellezza delle professioni artigianali, e di una presa di posizione, oltre che di fondi, anche da parte delle istituzioni, che vanno alle fiere a favore di telecamere, ma raramente si vedono in una fabbrica. Per tornare a crescere, le aziende devono essere in grado di guardare fuori dal mercato europeo, ma poche hanno i mezzi e la cultura necessarie per farlo, e le istituzioni non sembrano in grado di aiutarle. Anzi.